Introduzione

"Come scrittori di romanzi non siamo capiti".
Introduzione di Ugo Gugiatti a "L'uomo delle taverne", romanzo del Pinchet

lunedì 16 dicembre 2013

Natale 2013, lettera a Bruce Springsteen

Sondrio, dicembre 2013

Caro Bruce, i soliti bene informati dicono in giro che io sia un innamorato geloso, un rigido individualista, un nostalgico del tempo che fu. E, nonostante questo, uno comunque pronto a lacrimare come un vitello al tuo primo “one, two…”. Inoltre si vocifera, e posso confermartelo di buon grado, che io non abbia nessun titolo per poter in qualche modo suggerire qualcosa a una personalità artistica del tuo spessore. Quindi, questa lettera non conta un cazzo.
Questa premessa era dovuta, a scanso delle critiche che mi pioveranno addosso da parte di tanti tuoi fan. Critiche delle quali, a ben pensarci, non mi importa nulla.
Bene, lunedì 25 novembre 2013 è stata annunciata l’uscita di High Hopes, il 18esimo tuo disco in studio. Abbiamo appreso che si tratta di un disco che contiene 3 cover (per la prima volta nella tua carriera, escluso il progetto unico su Pete Seeger, pubblichi in un tuo album di studio delle cover e lo intitoli col titolo di una di queste), 2 canzoni già edite in versioni nuove, 7 canzoni inedite che sono in gran parte out takes dei dischi degli ultimi dieci anni. In pratica, scarti.
Questo annuncio mi ha mosso molte considerazioni, che coltivavo da tempo, e ho pensato di esplicitarle tutte, finalmente, su un foglio di carta. L’unico metodo che mi appartiene.
Sono passati meno di due anni dal tuo convincente album Wrecking Ball, e pochissimi mesi dalla fine di un tour multimiliardario, durato quasi due anni, che ha riempito stadi enormi in tutto il mondo e che in Europa è tornato, a volte addirittura nelle stesse città, più volte nell’arco di nemmeno un anno. Questo tour è stato il terzo di fila con la E Street Band, dopo le dolorose scomparse di Danny e Clarence via via allargata, dal 2007, quindi dai tuoi 58 anni, fino ad oggi, il periodo in cui ne hai compiuti 64. Ebbene, io ti seguo da quasi 25 anni e ne ho viste tante. Sono fra gli estimatori della stoica prima fase della tua carriera, anche se per questioni anagrafiche non l’ho potuta vivere in diretta. Sono stato fra quelli che hanno accettato l’arrivo dei sintetizzatori nel suono di Born in the Usa e Tunnel of Love. Sono stato fra quelli che hanno voluto capire lo scioglimento, per un lunghissimo periodo di 10 anni, della E Street Band, in tempi in cui eravate tutti ancora giovani e in salute. Sono stato fra quelli che hanno cercato e trovato il buono che c’è in Human Touch e Lucky Town, finto di non sentire le campane della chiesa abbattere come fucilate mortali la poesia di Real World, e persino costruito delle motivazioni plausibili per la scelta della band di dilettanti che mi hai piazzato davanti agli occhi in quel periodo. Sono stato fra coloro che hanno seguito tanti concerti del tuo lungo tour acustico per il capolavoro Tom Joad. Sono stato fra i più entusiasti seguaci del Reunion Tour, del Rising Tour e del secondo tour acustico della tua carriera. Ho adorato le Seeger Sessions e amato da subito anche il ritorno rock di Magic, album criticato dai molti che sostenevano vi imitassi quel te stesso che prima loro avevano rimpianto... Mi sono battuto contro tutti nell’impresa titanica di scovare le cose migliori di Working on a Dream e mi sono ritrovato felice di vivere tutto il periodo trionfale di Wrecking Ball. Ho giustificato senza timori, attribuendole alla casa discografica e non certo a te, qualche operazione commerciale discutibile come 18 Tracks, American Land Edition, Essential, raccolte di ogni genere, fino al recente, poco edificante, Springsteen & I, dove più che altro mi pare venga posta all’attenzione del mondo un’isterica e spesso triste idolatria. Ho rispettato la tua scelta di tornare al rock muscolare e non mollarlo più nonostante l’avanzare dell’età, la tua decisione di proseguire con i raduni di massa, il tuo desiderio di mostrarti ancora giovane e fisicamente prestante (come evidenzia in modo plateale anche la copertina del disco che sta per arrivare) di fronte a platee sterminate in cui via via sono apparse nuove entusiaste generazioni.
Ti sono rimasto sempre fedele perché ti voglio un bene infinito, ti stimo come artista e come uomo, sei stato e sei una parte determinante della mia vita.
Ma la notizia di questo nuovo album, di questo tipo di nuovo album, con un nuovo tour del tutto simile agli ultimi tre già ampiamente annunciato, mi ha suscitato più di una domanda.
Nel 2014 compirai 65 anni e, nei tuoi piani, c’è una nuova conquista degli stadi di tutto il mondo, delle ragazze danzanti nelle prime file, dei bambini sulle spalle di fanatici genitori, delle frizzanti nonnine incartapecorite e delle sterminate schiere di ammiratori di ogni forgia che nella fase avanzata della tua carriera sei riuscito addirittura a moltiplicare, portando a termine un’operazione davvero fuori dal comune.
Questa scelta però lascia parecchi dubbi ai seguaci di vecchia data, e non sarei un tuo onesto “amico” se non te lo dicessi, arrivati a questo punto. Questo disco, che non giudico perché non lo conosco e sono già certo che dopo l’ascolto lo considererò positivamente, è comunque senza nessun dubbio un minestrone di cover di band semisconosciute, di cose già note, di cose che in passato avevi bocciato. Questo è un fatto oggettivo. Il tutto condito dalla presenza di un chitarrista rap metal di cui nessuno dei tuoi vecchi seguaci capisce né la necessità, né l’affinità con la tua musica. L’album appare come la scusa buona per poter tornare a un nuovo tour greatest hits a ripetere incassi stratosferici sulla ridondante melodia della milionesima Hungry Heart. Sensazione che avemmo già con il trascurabile progetto Working on a Dream.
La domanda che i tuoi “fratelli” più anziani, per i quali credo di essermi guadagnato almeno il diritto di parlare, si fanno, è se non sarebbe il caso di invertire la tendenza. Il mondo, con la tua poetica rock, lo hai conquistato fin dagli anni ’80, la E Street Band, dopo lo scioglimento, l’hai fatta rivivere e l’hai regalata a tutti (a volte nella stessa famiglia a figli, genitori e genitori dei genitori), l’olimpo della star internazionale ti appartiene ormai da tempo. Non sarebbe allora il caso, passati i 60 anni, di cercare vie più epiche per rendere la tua carriera immortale? Non sarebbe il caso di misurare le uscite discografiche, di imboccare strade musicali meno battute, più di culto? Non sarebbe più in linea con la tua età e con la tua gloriosa storia abbandonare gli stadi e cominciare a suonare in posti più raccolti, per la gente che ti segue con passione sincera e non in base all’orecchiabilità dell’ultimo singolo? Lo hai già fatto in passato, paradossalmente in età più verde, e non lo fai più ora che forse sarebbe più naturale farlo… Altri grandi artisti della tua generazione lo hanno fatto con ottimi riscontri. Molti, non certo tu, fra quelli che invece si sono ostinati nel perpetrare la strada della gloria passata sono diventati delle brutte copie di se stessi.
Ti faccio un esempio extra musicale che secondo il mio parere è sintomatico. Pensiamo a Clint Eastwood. La stragrande maggioranza dei suoi capolavori alla regia sono venuti dopo il compimento dei 60 anni di età. Nei 20 anni fra i 62 e gli 82 ha regalato pagine di storia del cinema, partendo con “Gli spietati”. E non lo ha mai fatto rincorrendo il successo del botteghino. Non ha mai rifatto Callaghan, anche se questo gli avrebbe garantito nuovi debordanti successi commerciali. Ma ha diretto film che rimarranno indelebilmente impressi nella memoria collettiva, come “Gran Torino”. E lo sta ancora facendo. La conferma di quel che affermo mi è venuta, con dati di incasso oggettivi, dalla recente lettura del libro “Clint Eastwood. Un ribelle americano” di Marc Eliot.
La mia domanda è: cosa potresti dare tu alla storia della musica folk, country, blues, swing, gospel ed ancora rock (seppur magari in versione più asciutta e meno pomposa), se nei prossimi vent’anni seguissi il suo esempio? Ho sempre visto delle affinità, anche se non politiche, nel modo di fare arte, in voi.
Le tue scelte molto popolari degli ultimi anni a cosa hanno portato? Ci hai mai pensato davvero? Al di là degli incassi, dei quali non credo che, dopo un certo tempo, tu ti sia mai interessato molto, e dei quali certamente hanno potuto godere le centinaia di persone che gravitano nel tuo staff e nel tuo mondo, al di là dell’esposizione mediatica, al di là dei momenti memorabili che ci regali e del divertimento che provi ancora a stare sul palco ogni sera coi tuoi amici - in modo superlativo - per più di tre ore, il risultato principale è stato quello di far conoscere te e la tua musica ai giovani. Sicuramente questo fatto può essere considerato positivamente. Ma sarebbe miope considerarlo solo positivamente.
Hai mai pensato a quanta gente che ti seguiva in passato stai oggi perdendo? Quelli che, senza Internet, senza voli low cost, senza telefonini, senza braccialetti, senza pit, prendevano le loro macchine scassate negli anni ’70 e ‘80 per raggiungerti in un unico concerto, dopo 10 ore di strada, perché per loro era l’evento di una vita, era una cosa attesa per anni, era la sola e rarissima occasione di porsi in contatto con i loro sogni. Quelli che saltavano su un treno dalla più sperduta casa di provincia per raggiungere la città dove, in uno scantinato maleodorante, proiettavano clandestinamente un video rubato del tour di Darkness. Quelli che spendevano buona parte del loro stipendio in bootleg. Quelli che facevano arrivare fanzine da ogni angolo del mondo perché era il solo modo di avere qualche timida notizia sul tuo attesissimo e segretissimo nuovo album. Quelli che parlavano di te agli amici con la venerazione che si riserva agli dei, e faticavano a comprare dischi di altra gente, perché gli sembrava di tradirti. Io queste persone le ho conosciute quando ero un neofita, mi sono ispirato a loro perché mi sono capito loro simile e le ho prese ad esempio di vita. Mi hanno indicato la via, ed è stata la via giusta. La tua via.
Beh, Bruce, negli stadi di oggi, molta di quella gente comincia a mancare. Certo, perché i tempi sono cambiati. Certo, perché sono invecchiati. Ma anche perché i tuoi nuovi fan, quelli che hai cresciuto con Radio Nowhere (per altro bellissima) - e speriamo resistano al primo album scarno ed essenziale - sono di matrice diversa, forse migliore, ma diversa. Sono figli di questi tempi. Organizzano file di giorni interi per essere sempre davanti a te. E loro, quei vecchietti di cui dicevo, che oggi lavorano tutta la settimana e magari hanno figli da mantenere, non possono perdere giornate per mettersi in coda agli ordini delle nuove leve. E alla fine, per vederti solo da distante, se ne stanno sul fondo, oppure rinunciano, sopraffatti dall’ondata dei nuovi fan e stanchi di non sentire più quella magia. Cominciano a mancare perché non si riconoscono nella nuova gente che hai attratto. Cominciano a mancare perché sperano in un disco sporco e minimalista, misantropo, incazzato, che non piaccia a tutti, che non venga messo in radio, che non faccia sorridere ebete la fanciulla in canotta sulle spalle del fidanzato.
Capisco che questo ragionamento vada contro ogni logica commerciale, ma all’età che hai brillantemente raggiunto, deve essere davvero ancora così importante per te, l’ambito commerciale?
Ora, Bruce, io ci sono sempre stato e ci sarò ancora, e in ogni caso il 15 gennaio - non ascolto certo i tuoi dischi prima dell’uscita ufficiale - sarò il primo a dire che, tutto sommato, hai piazzato un altro bel disco. E ti difenderò se qualcuno ti attaccherà, come ho sempre fatto. Però il mio invito, se mi posso permettere, è di prendere in considerazione anche questa faccia della medaglia. Hai ancora tanto tempo davanti e troppo talento per permetterti di non regalarci perle che potrebbero restare immortali. Perle da poter paragonare a Nebraska senza arrossire, aderenti alla tua attuale età, e in linea con quella vecchia promessa che fino ad ora hai sempre saputo mantenere. Loro, i vecchi seguaci, aspettano quello. Noi aspettiamo quello. Queste sono le nostre ‘grandi speranze’ riguardo te e la tua musica per questo 2014 e per il futuro.
Ma alla fine hanno ragione quei bene informati che dicono in giro che io sia solo un innamorato rabbioso e antiquato, che ti vorrebbe tutto per sé e per un èlite di privilegiati da lui stesso scelti dopo marziale selezione. Un estremista egoista e crudele che non ama le masse e non capisce la condivisione, e quindi questa lettera non conta proprio un cazzo. Mi spiace persino di avertela scritta, perché temo potrebbe in qualche modo ferire la tua sensibilità. E non potrei sopportarlo. E non voglio che la legga nessuno, perché queste cose devono restare fra noi. In pratica, dimenticala subito e buttala nel cesso.
Scusami, e buon Natale.

mercoledì 6 marzo 2013

Daniele Tenca - Wake Up Nation - Anno 2013

Daniele Tenca ha centrato il disco migliore della sua ancor giovane carriera col durissimo “Wake Up Nation”. Un disco blues, radicale, netto, senza fronzoli, basato sulle chitarre e su una voce cresciuta, maturata al sole del rock delle radici. “Dead and Gone” apre il sipario e subito sembra un ululato degli schiavi dell'America che fu, ha l'andatura della marcia sotto il sole dei carcerati incatenati. Bellissima e ruvida, chiusa da un'armonica blues veramente straziante. Con “Big Daddy” si approda al rock, territorio da sempre amato da Tenca e, almeno nel titolo, si omaggia John Mellencamp. È una rock song nel più classico stile americano. Una delle poche cose orecchiabili di un album molto impegnato. “What Ain't Got” torna al blues più classico. “The Wounds Stay With You” è una ruvida ballata elettrica che si apre in un ritornello ampio, sorretto dalla voce sempre più roca del cantautore milanese. “Silver Dress” è una struggente ballata acustica, romantica, voce stavolta sottile, batteria e chitarra in evidenza. Ricorda moltissimo Neil Young. “Default Boogie”, di cui è stato girato anche un bel video, è il blues che guarda in faccia alla crisi di questi tempi durissimi. Con “Last Po' Man” (Seasick Steve) si resta al blues chitarristico, elettrico, più scarnificato e denso di significati, mentre “What Did You Do?”, nell'incedere tipicamente blues abbraccia il rock e diventa trascinante, persino ballabile. La title track è una sorta di appello alla nazione, “Wake Up Nation”, rialziamo la testa. La dylaniana “It's All Good” è l'ennesimo blues, sorretto da un giro chitarristico ripetuto all'infinito e da una voce sussurata. Chiude il disco “Society” di Jerry Hannan, luminoso episodio acustico, chitarra e armonica: fantastica. Omaggia ovviamente Eddie Vedder e il film “Into the Wild”. La particolarità di questo album è il fatto che sia aspro e brusco, asciutto, incazzato nero. Ci sono dei riferimenti, ma nel complesso Tenca ha saputo tessere una tela molto personale proponendo alla fine un lavoro omogeneo, blues che saltuariamente strizza l'occhio al rock. Un album come se ne sentono pochi di questi tempi. Seduto in macchina sotto uno dei primi soli primaverili ad ascoltare il disco e a scrivere queste note, penso che mi impegnerò al massimo per portare il mio amico Daniele Tenca a suonare in Valtellina.

venerdì 21 dicembre 2012

Raccontino per Natale, dedicato a Gianni Brera

Quando uno si sposa deve avere un trapano

Zeno Civetta se ne stava sdraiato sul divano della camera 27 all’Hotel Excelsior. Un posto di lusso. Guardò sul giornale locale e trovò un numero buono. Chiamò.
“Centro massaggi, dica”.
“Buongiorno, vorrei una ragazza all’Hotel Excelsior, stanza 27”.
“Che ragazza? Una di quelle dell’annuncio?”.
“Sì”.
“Come la preferisce?”.
“Che sia carina, pulita”.
“Mora o bionda?”.
“Non mi interessa”.
“Fra trenta minuti sarà da lei, signore”.
“Grazie mille. Arrivederci”.
“Arrivederci, signore”.
Zeno Civetta abbassò il ricevitore e andò nel bagno. Si fece la barba e si diede una sistemata ai capelli, poi rifece il nodo alla cravatta e indossò la giacca. Bevve un sorso di champagne e sintonizzò la radio sul canale della musica classica. Attese seduto sul divano; era emozionato, colmo di vergogna e sensi di colpa. Dopo quaranta minuti bussarono alla porta. Zeno Civetta si alzò dal divano e andò ad aprire.
“Buongiorno, sono Stefi”.
“Buongiorno, Stefi, entri”.
La ragazza entrò nella stanza. Aveva circa venticinque anni, alta un metro e abbastanza, capelli a modo, occhi due, naso uno, volto crema pulito, due notevoli tette di media proporzione, apparentemente dure come il marmo. Uno sguardo intelligente. Era fasciata dentro un soprabito scuro, ma appena iniziò a sbottonarsi, si poterono notare una camicetta aderente nera, aperta da sotto il seno in giù, una mini gonna grigia, calze di seta scure, scarpette con tacco discretamente alto. Non sembrava truccata, solo un po’ di rossetto sulle labbra. Si lasciava dietro una buona scia di profumo. Si tolse il soprabito posandolo sul divano e Zeno Civetta, che si aspettava di avere meno fortuna, imbarazzato, chiese:
“Ma lei è la ragazza mandata dall’agenzia?”.
“Sì, sono del Centro massaggi. Mi hai cercata tu, no?”.
“Sì, ma pensavo a qualcosa di diverso”.
“Non ti vado bene?”.
“Scherza? E’ solo che non sembra una massaggiatrice…”.
“Cosa sembro?”.
“Non sembra una massaggiatrice”.
“Spero di piacerti”.
“Lei è molto carina”.
“Grazie, anche tu sei un bell’uomo. Come ti chiami?”.
“Geppetto!”.
Lei sorrise.
“Perché non ci diamo del tu, Geppetto?”.
“D’accordo”.
Zeno Civetta era molto nervoso, non sapeva cosa fare. Per la prima volta si trovava in una situazione del genere, ma avrebbe interpretato nel miglior modo possibile la parte dell’uomo sicuro. Stefi si era seduta sul divano e lui le si sistemò accanto, mantenendo le distanze di sicurezza.
“Cosa vuoi fare Geppetto?”.
“Non saprei. Vuoi un po’ di champagne?”.
“Sì, grazie”.
Era una donna di classe, non parlava dei soldi. Metteva il cliente nella condizione di sentirsi amato. Gli faceva pensare di essere un uomo interessante e fingeva di sembrare attratta da un fascino che il cliente non sospettava nemmeno di avere. Non una semplice donna da pagare. Era una professionista. Zeno Civetta stappò, non senza difficoltà, una bottiglia nuova e riempì due coppe. Per miracolo evitò di rovesciare tutto, ma si arrangiò un tono. Porse il bicchiere alla ragazza.
“A cosa vuoi brindare, Geppetto?”.
“Alle ruote di scorta, bucate”.
“Cosa?”.
“A te”.
“Grazie”.
Brindarono. Zeno Civetta osservava discreto le curve disegnate dalla camicetta sui seni sodi di Stefi. Poi le guardò l’ombelico scoperto. Era il più bell’ombelico che avesse mai visto in vita sua. Stefi accavallò le gambe e lo guardò con dolcezza.
“Che lavoro fai?”.
“Sono un giornalista”.
“Un giornalista?”.
“Sì”.
“Che genere di giornalista?”.
“Scrivo pezzi, mi vengono bene i coccodrilli”.
“I coccodrilli?”.
“Sono gli addii alle persone morte”.
“Ah, non è triste?”.
“No, certe volte mi pare di regalare l’immortalità”.
“Addirittura?”.
“Una cosa così”.
“Una volta o l’altra proverò a leggere qualcosa di tuo”.
“Te lo sconsiglio”.
“Perché?”.
“Perderesti tempo”.
“Ma ti piace?”.
“Ha dei lati positivi. Ad esempio posso essere qui con la più bella ragazza del mondo alle quattro del pomeriggio, mentre tutta la città lavora. Ma è così solo oggi”.
Zeno Civetta cominciò a rilassarsi. Stefi lo aveva condotto in una discussione che lo tranquillizzava e gli dava modo di farsi ammirare. Comunque non voleva parlare troppo del suo lavoro. Non voleva piacerle per il suo lavoro, anche perché non ci sono poi tutti questi motivi perché un giornalista debba piacere.
“Dimmi, com’è fare il giornalista?”.
“Da 30 anni abbiamo perso Beppe Viola, da 20 Gianni Brera. Poi è arrivato Verissimo. Il giornalismo è andato a puttane. E pensare che una volta erano i giornalisti ad andarci”.
“Ora no?”.
“Capita”.
“Quanti anni hai, Geppetto?”.
“Trentaquattro”.
“E perché un giornalista, bello e giovane, chiama una come me in un albergo?”.
“Non lo so. Comunque non sono bello e poi volevo parlare”.
“Cosa c’è che non va?”.
Stefi appoggiò al tavolino il bicchiere vuoto. Zeno Civetta fece lo stesso. Poi la guardò negli occhi, gli pareva fosse l’unica persona al mondo in grado di capirlo. Era bella e intelligente e lui era felice di averla con sé.
“Non sapevo cosa fare, oggi, così ho preso questa stanza, ho guardato il giornale e ho telefonato. Non l’avevo mai fatto prima”.
“L’avevo capito. Sai, i miei soliti clienti a quest’ora avrebbero già dato il meglio”.
“Scusa...”.
“Non ti preoccupare. Sto bene”.
Stefi era una grande donna. Zeno Civetta se ne stava già innamorando.
“Perché, mentre mi racconti qualche storia, non ti sdrai sul letto? Così ti massaggio un po’ la schiena. E’ quello che diceva l’annuncio, o sbaglio?”.
“D’accordo”.
Si alzarono dal divano. Stefi si tolse le scarpe e si adagiò sul letto. Zeno Civetta era imbarazzato e si sfilò solo la giacca. Lei disse:
“Come faccio a massaggiarti se tieni la camicia?”.
Zeno Civetta si liberò della cravatta, tolse la camicia e le scarpe. Restò con una maglietta bianca e i pantaloni. Non sarebbe mai andato oltre, già così si vergognava maledettamente. Si stese sul letto a pancia in giù. Lei cominciò a passargli delicatamente le mani sulla schiena.
“Allora Geppettino, dimmi. Quante ragazze hai avuto?”.
“Poche. Dopo avermi conosciuto bene sono sempre scappate”.
“Sono proprio delle sciocchine le tue amiche”.
“L’ultima però non scappa, mi si è incollata”.
“Non pensarci adesso”.
Lui si innamorava sempre più ad ogni parola che le sentiva sussurrare. Stefi aveva una voce dolce e rassicurante. In poco tempo la amò. Lei continuava a parlargli con passione.
“Quando hai cominciato a fare il tuo mestiere?”.
“A vent’anni collaboravo dal mio paese col quotidiano Il Giorno. Col tempo sono entrato in redazione, poi l’esame di Stato e alla fine siamo qui”.
“Adesso sei famoso?”.
“No, i giornalisti famosi vanno in Tv”.
“Perché non ci vai?”.
“Non mi ci chiamano”.
“Di dove sei, Geppettino?”.
“Vengo da un paese di montagna. Si chiama Villa di Tirano, provincia di Sondrio”.
“Anch’io sono una ragazza di montagna sai, il mio paese è in Ungheria”.
“Però parli benissimo l’italiano”.
“Me la cavo”.
“La montagna è fantastica”.
“Certo, nemmeno da paragonare col mare”.
“I paesaggi di montagna sono tutta un’altra cosa”.
“Tutta un’altra cosa. Da piccola andavo a caccia con mio padre. A volte mi faceva anche sparare”.
“Anche i miei sono cacciatori, da generazioni. Cacciatori diversi però; saper cacciare è un’arte, e loro sono degli artisti”.
“Davvero?”.
“Sì”.
“Però quando mio padre portava a casa un cervo… perché da noi ce ne sono di grossi... davvero grossi, Geppettino. Beh, sai cosa c’era? C’era che alla fine mi dispiaceva”.
“Ti capisco”.
“La caccia è bella ma è nostalgica. Va a finire che ti dispiace”.
“Ti dispiace sempre, alla fine”.
“E pensare che non l’avevo mai detto a nessuno. Stavo lì, da piccola, e non dicevo a nessuno che mi dispiaceva un po’ per il cervo. Pensavo che dicendolo mi avrebbero considerata una mezza calzetta”.
“Beh, oggi come oggi, bisognerebbe cacciare i cacciatori”.
“Sai Geppettino, io andavo anche a pesca”.
“Davvero?”.
“Sì, prendevo certe trote!”.
“Io non ho mai pescato. Mio fratello pescava spesso”.
“E’ rimasto al paese?”.
“E’ morto”.
“Mi dispiace. Non volevo”.
“Non fa niente, Stefi. Non fa niente. Si muore sempre dopo aver vissuto un po’”.
“Certe notti penso che vorrei tornare al paese e aprire una libreria. Il cielo della montagna ungherese, di notte, è grande. Sai, tutte le stelle e quel vento freddo. Non abbiamo grandi cime, ma il freddo c’è. Eccome”.
“Tornaci”.
“Forse un giorno tornerò, mi sposerò e vivrò per sempre lì. La mia libreria sarà la più bella del paese”.
“Leggi molto?”.
“Sì, leggo vecchi libri gialli inglesi. Solo che mi capita una cosa strana, alla fine divento amica dei personaggi e non vorrei mai lasciarli andare”.
“Capita così. E’ incredibile. Pochi scrittori ci riescono”.
“La mia libreria venderà solo i libri di quegli scrittori”.
Il tempo passava e Zeno Civetta si stava rilassando grazie alle delicate mani di Stefi che gli stuzzicavano la schiena. Quando capì che era esattamente tutto quello che aveva sempre desiderato le disse:
“Perché una ragazza di paese come te fa questo lavoro?”.
Stefi non rispose. Continuò a massaggiarlo, seduta sul letto al suo fianco.
“Stefi, stai recitando?”.
“Io ci so fare con gli uomini Geppettino, so quello che vogliono da me”.
“Stefi, ti supplico, continua a recitare”.
“Beh, anche tu stai recitando con me”.
“Cosa dici?”.
“Io faccio il mio lavoro, tu invece non hai avuto nemmeno il coraggio di dirmi il tuo nome”.
“Scusa, è vero”.
“Adesso, Geppettino, pretendi di aver trovato la felicità in questa stanza. Ma quand’è che racimolerai le palle di uscire?”.
“A giudicare dal tuo tono, temo presto, tesoro”.
“Quando ti sposi, Geppettino?”.
“Domani”.
“Perché?”.
“Sono innamorato, dicono”.
Zeno era triste e depresso. Stefi si era sdraiata al suo fianco e gli accarezzava la pancia.
“Non devi preoccuparti, Geppettino”.
“Tu dici?”.
“Non pensare adesso”.
Zeno Civetta guardò la stanza, era lì con lei da quasi due ore, pensò di non volerne più uscire. Finirono la bottiglia di champagne sul letto.
“Non usciamo di qui, Stefi”.
“Non dire così”.
“Non voglio tornare”.
“Dovremo, prima o poi”.
“Mi costerà di più tenerti tutta la notte?”.
“Non parliamo di questo ora”.
“Andiamo da te e apriamo quella libreria. Noi due. Rifacciamo tutto daccapo. Io ti ho capita sai, sei diversa dalle altre, e forse mi ami già un po’”.
Era indubbio che lo champagne avesse già fatto effetto su Zeno Civetta.

Dopo un’ora Zeno Civetta ordinò una cena in camera. Stefi non lo abbandonava. Mangiarono davanti alla grande vetrata che dava sulla strada. Il sole tramontava. Zeno Civetta la guardava, lì, davanti a lui. Non sapeva se vergognarsi oppure no. Stefi disse:
“Com’è lei?”.
“E’ buona con me”.
“Cos’ha che non va?”.
“Vuole sempre andare in vacanza al mare”.
“Tutto qui?”.
“Ha troppi amici, la salutano tutti, non puoi entrare in un bar per bere un cinzanino che sono tutti lì a salutarla”.
“E’ meglio che tu mi dica cosa non va in te”.
“Quando uno si sposa deve avere un trapano”.
“Un trapano?”.
“Sì, per fare tutti quei lavoretti in casa. Avvitare, svitare…”.
“E tu ce l’hai il trapano, Geppettino?”.
“Io non sono capace di fare i lavoretti di casa”.
“Ma come, Geppettino? Il tuo nome suggerirebbe il contrario…”.
Risata.

Restarono nella stanza 27 per tutta la notte. Guardarono un vecchio film noir francese, “Ascensore per il patibolo”, e bevvero vino rosso. Risero molto. Solo quando alla fine si abbandonarono al giaciglio Zeno Civetta tolse i pantaloni. Stefi si sfilò le calze e la camicia. Reggiseno e mutandine neri su pelle di seta.

Al mattino Zeno Civetta fu svegliato all’ora concordata dal suono del telefono. Stefi era già vestita, gli diede un bacio e gli disse:
“Sarà meglio che mi dici il tuo nome, se vuoi che ti legga”.
“Zeno Civetta”.
“Era meglio Geppetto!”.
“Decisamente”.
“Va beh, regalo di nozze; diciamo che mi pagherai la nottata con un articolo sulla mia libreria. Ora devo andare”.
“Aspetta!”.
Zeno prese un biglietto da visita dal suo portafoglio e lo diede a Stefi.
“Grazie cucciolo. Leggerò, stai sicuro”.
“Tutte le volte che scriverò un coccodrillo penserò a te, che lo stai leggendo, in qualche caffetteria d’alta classe”.
“Un bel modo per addolcire il ricordo del cadavere”.
“Cosa devo fare adesso?”.
“Qui sotto c’è una ferramenta. Compra il trapano, Geppettino”.
“Sì”.
“Ciao, Zeno”.
“Ciao, amore mio”.
Stefi uscì dalla stanza 27 dell’Hotel Excelsior. Lui poté ascoltare i suoi passi lungo il corridoio fino all’ascensore. Ogni colpo dei tacchi sul pavimento, una pugnalata allo stomaco. Aveva voglia di uscire e fermarla, ma riuscì a trattenersi. La stanza 27 non pareva nemmeno più tanto bella adesso; puzzava di malinconia e tristezza e solitudine e rimorsi e il rumore del traffico cittadino penetrava dai vetri delle finestre. Zeno Civetta prese l’abito gessato grigio dall’armadio aperto dove l’aveva riposto il giorno prima. Lo stese sul letto, fece una doccia e lo indossò. Prima di uscire dalla stanza sentì il profumo di Stefi appoggiando il naso sul cuscino dove la ragazza aveva dormito.

Alle 11 Zeno Civetta fu in chiesa con la sposa al suo fianco. Era nervoso e triste e agitato e depresso e si sentiva colpevole.
Alle 11.46 il prete gli fece la domanda di rito. Zeno Civetta rispose. Poi il prete si rivolse alla sposa, bella, dolce, tenera e con ogni probabilità innamorata, al suo fianco. In quel momento Zeno Civetta si frugò nella tasca sinistra della giacca e ci trovò un biglietto. Lo prese e lo guardò davanti al prete che continuava a snocciolare la sua fastidiosa litania. Diceva:

335.4536887
Per un'altra notte in cima alle montagne
Stefi

Zeno Civetta rimise in tasca il biglietto e, con una gioia del tutto nuova, si preparò a baciare ardentemente la sposa.

venerdì 5 ottobre 2012

Folco Orselli e Pepe Ragonese a Sondrio, 29 settembre 2012

E così per un paio di sere Sondrio è tornata a respirare aria di poesia stradaiola, di racconti epici, maledetti o goliardi, di vita bruciata senza sconti. Il cantautore milanese Folco Orselli, maggior talento italiano del genere, è stato protagonista di due serate al Madras, giovedì e venerdì scorsi. Nella prima era con lui lo scrittore Vincenzo Costantino ‘Cinaski’, nella seconda il fido e magico trombettista Pepe Ragonese. E’ del concerto della seconda sera che vi parliamo. Perchè in un paio d’ore Folco (voce, piano, chitarra) e Pepe (tromba), hanno risvegliato coscienze sonnolente. Lo chansonnier ha snocciolato brani dai suoi dischi del passato - addirittura una bellissima "Il crogiuolo" e una disillusa "Senza neanche una lira" - fino a giungere alle perle dell’ultimo album, quel "Generi di conforto" uscito un anno fa, ingiustamente escluso dalla lobby vecchia e stantia del Club Tenco, ma celebrato con un recente speciale anche da Vanity Fair. Fra un pezzo e l’altro ha raccontato storie di giocatori d’azzardo e frequentatori di night, innamorati perduti e rivoltosi incalliti, per introdurre il noir di "Storia della morte e del suo amore", l’ironica crudezza de "La ballata di piazzale Maciachini" o il romanticismo perfetto di "La ballata del Paolone". Blues, ballad, venature jazz e soprattutto il mestiere narrativo dei maestri milanesi; quelli di cui si sente tanto la mancanza anche se poi, quando uno nuovo irrompe, spesso si commette il tragico errore di ignorarlo. Ah, dopo il concerto, per gli irriducibili, c’è stata una lunga appendice. Proseguita, per pochi eletti, anche il giorno dopo in una baita di Pian Gembro. Cose per bene, per cui vale ancora la pena di spendere nostalgie. Torneranno.

giovedì 5 luglio 2012

Bruce Springsteen and the E Street Band - Colonia, Berlino, Milano, Trieste; maggio e giugno 2012

Quattro concerti di Bruce Springsteen con la E Street Band fra fine maggio e inizio giugno, due in Germania e due in Italia, sono tanta roba, soprattutto a livello emotivo. Questa però è un’analisi complessiva, non voglio addentrarmi nello specifico di ogni singolo spettacolo, anche perché le diverse sfumature sono molte, come sono tante le magie che quest’uomo autentico, sincero, vitale e impegnato, ha saputo regalarci, ancora una volta, senza trucchi, solo con il suo rock e una passione inesauribile. E anche perché per recensire un concerto come quello milanese, ormai, non avrei più parole. Parto dunque da una considerazione basilare: il Wrecking Ball Tour è frutto di un grande disco, un progetto con un’idea centrale forte, e ciò basta a renderlo unico. Che poi Bruce abbia deciso di spostare ancora più in là l’asticella e di superare se stesso arrivando, nel caso specifico di Milano, a sfiorare le quattro ore sul palco senza una sola pausa, è un fatto oltre natura, che riguarda solo ed esclusivamente questo celeberrimo poeta 62enne, senza ombra di smentita il più grande performer di tutti i tempi. Nel tour precedente, tre anni fa, suonava in media mezz’ora di meno, e già ci sembrava mostruoso. Ma passiamo oltre. Il concerto ha come base 7 o 8 pezzi del nuovo album. A parte We Take Care of Our Own, inno rock tipico del Bruce post 2000 che al momento dell’uscita in forma di singolo non mi aveva entusiasmato ma che dal vivo è possente, le altre canzoni del disco presentate sembrano uscire dal contesto generale del live per proporci il Bruce 2012, più cantore folk dei nostri tempi difficili che rockstar internazionale. A mio parere questi brani sono a tutti gli effetti la marcia in più del tour e dimostrano come il progetto iniziale, che non prevedeva la E Street Band, forse lo avrebbe portato in giro in altra veste, se solo lo scorso anno non fosse mancato Clarence Clemons. Questo è il nuovo Boss, che guarda con favore al periodo Seeger Sessions e forse si affaccia ad un futuro più intimo. In Wrecking Ball come in We Are Alive il momento dell’ingresso di tutti i fiati catapulta lo spettatore dall’introspezione all’esplosione soul. Il giro potentissimo e incazzato di Death to my Hometown è una pura marcia irlandese e Shackled and Drawn, con il finale cantato dal Boss fra la gente insieme alla splendida voce nera di Cindy Mizelle, è una delle parti più intense dello spettacolo. Jack of All Trades, dedicata ovunque a chi sta lottando contro la crisi, è la canzone fulcro del concerto. Una ballata in cui la parte centrale con la tromba di Curt Ramm sembra accompagnare il funerale dei sogni. Solitamente collocata all’inizio dei bis, Rocky Ground è fondamentalmente un bellissimo gospel, e la parte rap che fa capolino anche dal vivo con la corista Michelle Moore quasi non si nota. Land of Hope and Dreams e American Land, già conosciute, sono gli altri due pezzi del disco che vengono presentati, la prima frequentemente ma nella diversa veste che le ha dato l’album, la seconda quasi mai (l’ho sentita solo a Colonia, su richiesta). Ecco, in questo pugno di canzoni, (è un peccato che del disco ne siano state tralasciate altre, come Easy Money o This Depression), sta la differenza basilare con il tour precedente, e qui dentro di rock ce n’è poco. Il resto dello show è la sua storia, la nostra storia. E’ puro Springsteen, bellezza. Uno Springsteen in stato di grazia che da Colonia a Trieste ha sempre superato le tre ore abbondanti di spettacolo, presentando i pezzi di una carriera quasi quarantennale, in una cavalcata epica in cui si dona completamente alla sua gente, ci si butta proprio dentro, sorridendo, da capopopolo quale è. Arriva a mescolare un po’ le carte il superbo Apollo Medley (The Way You Do The Things You Do e 634-5789) - ascoltato a Colonia e Trieste - che Bruce introduce esaltando l’importanza del soul nella sua formazione e nella sua carriera. Poi ci sono le varie sorprese che fanno capolino e lasciano senza parole. Impossibile non citare Honky Tonk Women a Colonia, When I Leave Berlin in apertura e Save my Love su richiesta a Berlino o The Promise acustica al pianoforte a Milano. C’è spazio per qualsiasi possibilità, anche per immortali cover rock’n’roll, vista la solidità del gruppo e considerato che da un concerto al successivo cambiano mediamente almeno dieci pezzi. Ma veniamo alla questione che ha arrovellato tutti gli animi springsteeniani dal giugno 2011. L’assenza di Clarence. A mio giudizio si fa sentire soprattutto come presenza scenica. Per il resto i cinque fiati chiamati al suo posto, con Eddie “Kingfish” Manion e il nipote Jake Clemons (davvero bravo) ai due sassofoni, si fanno onore, sopperiscono alla grande e talvolta colorano i brani di quella vena rhithm’n’blues che è un valore aggiunto, vedi il finale di Thunder Road, ascoltata a Berlino e Trieste. Questa soluzione era parsa la più indicata dall’inizio, e i concerti ne danno conferma. Big Man non c’è più, ma il Boss ha trovato il modo di commemorare prima lui e Danny, durante la presentazione del gruppo in My City of Ruins quando dice di sentirli nelle voci della gente, e poi solo Clarence, con le immagini video che scorrono sui megaschermi nell’intermezzo, commovente, di Tenth Avenue Freeze-Out. Bruce appare in forma strepitosa anche dal punto di vista vocale e addirittura, spesso, toglie la scena chitarristica a Nils e Steve. I pilastri della E Street restano Roy al piano e Garry al basso, mentre l’impeccabile Max impressiona sempre di più con l’avanzare del tempo. Insomma, tutti i membri della Leggendaria continuano ad interpretare alla perfezione il loro ruolo e Little Steven è divenuto a tutti gli effetti l’unica grande spalla del Capo, anche se fatica a star dietro alla sua furia. Superfluo dire che uno show come Milano, con 33 canzoni, entra di diritto nella leggenda rock e springsteeniana, a tutti gli effetti e senza invidiare nulla a spettacoli di dieci, venti, trenta e quarant’anni fa. 30 i pezzi a Colonia, 28 a Berlino, 29 a Trieste. Importanti le differenze fra i tipi di pubblico. Ordinato e composto, al limite del freddo, quello tedesco, stellare per coinvolgimento quello milanese. A Trieste un misto di entrambe le cose, essendo arrivati in quella bellissima città almeno 15mila fan provenienti da nazioni estere. Al netto dell’esaltazione per questa strepitosa macchina rock’n’roll che da ormai quarant’anni domina la scena mondiale, si deve però dire che l’impostazione base della scaletta avrebbe potuto essere diversa. Con qualche brano in più appartenente al cofanetto di inediti di Darkness, uscito poco più di un anno fa, il concerto avrebbe preso una direzione nuova, unica rispetto al passato. Avrebbe esaltato la sezione fiati e magari evitato la riproposizione a oltranza di brani che negli ultimi dieci anni sono sempre stati onnipresenti nelle performance di Bruce con la Band. Penso alle Sunny Day, alle The Rising, alle Dancing in the Dark o alle Hungry Heart per citarne solo quattro; se è vero che fanno impazzire il pubblico da stadio, è altrettanto vero che per chi segue il Boss da sempre sono diventate un po’ stucchevoli e avrebbero potuto essere sostituite da cose praticamente mai proposte. Ma forse ci sarà un altro tempo. Voglio sottolineare, a beneficio di tutti coloro che spesso rinunciano a un concerto negli stadi temendo l’annunciato sold out, che sono andato a tutti e quattro i concerti senza avere in mano il biglietto. Li abbiamo trovati in loco, non da bagarini ma da fan che ne avevano in più da vendere a prezzo assolutamente regolare. Questo anche in Germania, dove è stato istituito il biglietto per il pit, l’ambitissima zona sottopalco che in Italia era invece oggetto di lotteria per l’ordine di accesso e conseguente arrivo in transenna. Dico questo per testimoniare che, negli stadi, i biglietti si trovano sempre e senza particolari apprensioni, nonostante gli annunci strillati. Infine la considerazione che tutti i seguaci del profeta si trovano a fare alla fine di ogni tornata, soprattutto da quando il ragazzo del Jersey non è proprio più un ragazzo. E ora? Premesso che già si parla del giro del 2013 e che lo stesso Bruce ha sempre salutato il pubblico sottolineando un previsto ritorno (“…arrivederci Milano”) - cosa che fa enormemente piacere - è ovvio che la speranza di non dover aspettare altri tre anni prima di rivederlo c’è tutta, come quella che Dio gli conservi questa impressionante forma. Realisticamente però non si riesce a immaginare cosa si possa chiedere di più alla sua carriera rock live. Oltre questo San Siro, che ha almeno eguagliato il ricordo del 1985 in tutti coloro che c’erano in entrambe le occasioni, sarebbe inumano andare, e forse anche sbagliato. Folk, gospel, country, soul, blues, tutti questi generi sono stati ben amalgamati proprio nelle canzoni del nuovo album - e in altri brani - presentate dal vivo. E sono stati già esplorati dal Boss. Questo può essere il viatico per la prossima fase di carriera, quella da ultrasessantenne. Ovunque ci porterà, noi ci saremo. E se saranno palazzetti o teatri, tanto meglio. Con la E Street o senza. Ci saremo, perché il più grande rocker di sempre lo merita.

venerdì 4 maggio 2012

Woody Allen - To Rome with Love - Anno 2012


Torniamo a parlare di un nuovo film di Woody Allen dopo l’exploit retrò che era stato, sotto Natale, “Midnight in Paris”. Questa classica commedia alleniana ambientata stavolta nella città eterna richiama a tratti proprio l’ultimo lavoro, soprattutto nella parte della storia in cui è protagonista Alec Baldwin nelle vesti di un ricco architetto “venduto ai centri commerciali” che torna indietro nel tempo al suo anno spericolato e innamorato trascorso a Roma in gioventù. C’è poi un Roberto Benigni in ottima forma vestire i panni di un uomo normalissimo che d’improvviso, a causa del caotico circo mediatico e televisivo, diventa famoso. Poi c’è la giovane coppietta di provincia che attraverso il reciproco tradimento si unisce ancora di più, e qui spicca il mestiere di Antonio Albanese. Infine c’è l’episodio in cui torna a recitare proprio Allen, nei panni di quel se stesso che più conosciamo e che spesso si riflette anche sui suoi protagonisti. Stavolta è un regista d’opera in pensione “che ha sempre precorso i tempi” e che, da inimitabile talent scout, scova nel futuro consuocero e becchino, un fenomeno del canto, purtroppo però solo sotto la doccia. Non si tratta di uno dei più bei film del regista newyorkese, che pare voler insistentemente continuare a scavare fra i suoi cliché; il rapporto uomo-donna e quello che questi hanno con il sesso, le frustrazioni del non avercela fatta e l’effimero di una società sempre meno digerita. Non mancano però picchi di genio comico qua e là, una vera valanga di comparsate da parte di attori italiani, e soprattutto una cartolina di Roma come se ne sono viste poche nella storia del cinema. Nel complesso si esce dal cinema soddisfatti; Allen nelle ultime prove “europee” non ha mai deluso. Di Baldwin la battuta che resta: “Se una cosa ti sembra troppo bella per essere reale, è perché non lo è”.

martedì 1 maggio 2012

Luf e Gang a Colere, 28 aprile 2012

La festa del primo maggio sulle montagne di Colere in provincia di Bergamo è uno degli ultimi baluardi di quel comunismo reale e ideologico fatto da braccia di muratori e camicie intrise di sudore di cui tanti, oggi, sentono la mancanza. Una di quelle manifestazioni operaie nel vero senso della parola, distanti migliaia di chilometri dalla baraonda giovanile, forzatamente alternativa e un po’ snob che ormai da tempo sono diventati altri appuntamenti sindacali di maggior enfasi mediatica. E lo scorso 28 aprile, con la presenza sul palco dello storico Palacolere (un tendone abbarbicato sotto le vette della Presolana che in vent’anni ha ospitato alcuni fra i massimi artisti del rock a livello internazionale, ma che a breve verrà raso al suolo...), di due delle band italiane che dell’ideologia hanno fatto una bandiera come i ruspanti Luf e come i barricaderi Gang, la festa si è tramutata in cerimonia di fratellanza collettiva. Hanno aperto le oltre quattro ore di musica i Luf, sempre più affermata realtà folk rock e cantautorale, proponendo a sorpresa il motivo della springsteeniana “American land”, la canzone dei lavoratori emigranti in terra americana, che presto presenteranno in versione italiana. La band di Dario Canossi ha suonato per due ore i suoi brani più importanti, fra cui annotiamo anche una intensa “Il vecchio e il bambino”, dall’ultimo disco “I Luf cantano Guccini”, e la bellissima “Vorrei” dedicata a Peppino Impastato e scritta con il comico Flavio Oreglio. Partendo dal rodato irish sound imperniato su banjo, cornamusa e fisarmonica, da segnalare la debuttante “Angeli di neve” dedicata alle scorte di Falcone e Borsellino, vent’anni dopo le stragi. Il pubblico, presente in gran numero, ha mostrato di apprezzare, ed è stato letteralmente catturato all’entrata sul palco di Marino e Sandro Severini, che hanno suonato insieme agli amici della Valcamonica alcuni brani fra cui una corale “Comandante”. Poi è stata la volta dei marchigiani, l’unica rock band al mondo a prendersi il palco sulle note dell’Internazionale. Il concerto ha avuto inizio, come sempre, con l’adrenalinica “Socialdemocrazia”, mostrando immediatamente tutto il mestiere e la forma di un gruppo consolidato da anni e anni di dischi, chilometri e concerti. Di seguito i fratelli Severini (sul palco con i fidi Francesco Caporaletti al basso, Fabio Verdini alle tastiere e Luca Ventura alla batteria) hanno pescato a piene mani nei loro dischi storici (ma da troppo tempo ne manca uno nuovo), riproponendo con la consueta carica classici come “La corte dei miracoli”, “La pianura dei sette fratelli”, “Bandito senza tempo”, “Sesto San Giovanni”, “Kowalsky”, “Oltre”, “La lotta continua”. L’ultimo bis, sulle orme dello strimpellatore indimenticabile Joe Strummer, è stata una torrenziale “I fought the law”. Fra un brano e l’altro Marino non ha lesinato brevi introduzioni, ricordando l’importanza della storia, della memoria e della tradizione, come armi indistruttibili contro la paura di questi tempi difficili. Non è mancata una breve lezione filosofica, e Marino Severini è uno degli artisti italiani che se la possono permettere, sulle differenze fra Gramsci e Togliatti. Con il solito augurio di “tanta buona fortuna”, tutti a casa, tutti a ridiscendere la montagna, tutti felici di credere ancora in un sogno che forse tale non è più. Ma l’importante, per quegli uomini là, è crederlo ancora. Una festa dei lavoratori del genere è stata possibile grazie all’ennesimo sforzo dei tanti instancabili volontari che anche quest’anno hanno fatto diventare un piccolo paese nel cuore delle Alpi il vero fulcro italiano della musica rock d’autore più vera, quella che non si compra col prezzo del biglietto - che non era previsto - perché non ha nessun padrone.